Alla scoperta di S. Caterina d’Alessandria, la ‘Sistina’ del Salento
Nel cuore dell’assolato Salento, a metà strada tra Lecce e Otranto, fra la
capitale del barocco pugliese e il magico borgo sull’Adriatico, c’è Galatina. L’ospitale cittadina, circondata da distese d’uliveti e vigneti svettanti sulle sue terre argillose, accoglie il visitatore con l’austera bellezza del centro storico, scrigno di tracce che vanno dal Medioevo fino al XIX secolo. Ed è proprio al tardo Medio Evo che risale uno degli esempi d’arte sacra più ragguardevoli di tutta la Puglia.
Talmente prezioso da essersi guadagnato il titolo di ‘monumento nazionale’: la Basilica di Santa Caterina d’Alessandria. Affacciata sulla solitaria Piazza Orsini essa è raggiungibile sia in auto sia attraverso un dedalo di vie su cui si protendono le facciate di numerosi palazzi storici e chiese d’ogni epoca. Tra queste ultime, la poco distante chiesa barocca di S. Paolo, celebre per il suo legame con gli ancestrali riti del tarantismo, officiati presso un ‘miracoloso’ pozzo di acqua sorgiva.
Giunti al cospetto della facciata
della Basilica intitolata alla santa martire di Alessandria, si ha la netta percezione di una severa semplicità. In forma tricuspidata e in uno stile che rimanda al tipico romanico pugliese, essa non lascia minimamente trapelare lo straordinario patrimonio di affreschi che ne rivestono letteralmente le cinque navate. Tuttavia, prima di entrare, non ci si può non soffermare su una serie di elementi che catturano l’attenzione: a cominciare dai tre magnifici portali in pietra leccese finemente lavorata, di cui uno circondato da un pròtiro con due colonne reggi-aquila poggiate su leoni.
Notevole è anche il rosone che orna la cuspide centrale, sovrastato da una cornice di archetti rampanti e trilobati ripresi anche nelle cuspidi laterali e nell’interno. Completano la facciata centrale una croce in pietra e le statue dei S.S. Paolo Apostolo e Francesco d’Assisi. Accanto al romanico della facciata, vi sono poi gli elementi di influsso gotico della zona absidale esterna, rintracciabili anche all’interno della chiesa. L’abside è un corpo ottagonale sul quale si aprono sette alte finestre sormontate dagli stemmi delle famiglie del Balzo, Orsini, d’Enghien, Colonna e Clermont, tutte legate alla storia di Galatina. Esso fu integrato nella restante struttura basilicale intorno al 1460, ossia circa un secolo dopo l’inizio dei lavori di costruzione che si svolsero tra il 1383 e il 1391.
All’origine della chiesa vi è un episodio tra il macabro e il devozionale: essa fu voluta da
Raimondello Orsini del Balzo, principe di Taranto, quale ex voto per essere tornato vittorioso dalla Terrasanta. Secondo la tradizione popolare, il nobiluomo avrebbe portato con sè un sacro dito da lui stesso amputato con un morso dal corpo mummificato della Santa. Del suo fondatore la chiesa oggi conserva nell’abside il cenotafio accanto a quello del figlio Giovanni Antonio, il quale contribuì ad ampliare l’opera paterna facendo costruire l’annesso monastero, demolito nel ‘600 e ricostruito in epoca successiva.
Ma ecco che la vera meraviglia si scopre entrando: un ambiente di grandi proporzioni suddiviso in cinque navate - tutte absidate e comunicanti tramite grandi archi a sesto acuto, con la centrale molto più larga e alta delle altre – si mostra quasi tutto ricoperto di affreschi. Pilastri, volte e archivolti appaiono tappezzati di meravigliose immagini. I lavori furono commissionati per la maggior parte da Maria d’Enghien contessa di Lecce, sposatasi con Raimondello nel 1384 e, dopo la morte del marito, regina di Napoli a seguito delle nozze con Ladislao Durazzo.
Realizzati nel corso della prima metà del ‘400, gli affreschi raggiungono una vastità che li rende paragonabili a quelli della Basilica di S. Francesco d’Assisi. Dall’ingresso centrale fino all’abside si possono ammirare diversi cicli iconografici, rivolti alla edificazione dei fedeli: a partire da quello della Genesi, a quello dell’Apocalisse, a quello ecclesiologico, cristologico e angelologico. Il ciclo agiografico, è visibile per lo più sulle pareti e sulla volta del presbiterio, ma in realtà ricorre un po’ in tutta la chiesa, così come quello mariologico, presente soprattutto sulla volta e sulle pareti della navata minore. Di grande interesse anche la rappresentazione delle Virtù cardinali e teologali, nelle vele della prima campata. Vari altri affreschi compaiono nei restanti spazi architettonici della chiesa. Degli autori della maestosa opera pittorica, si conosce solo il nome di Francesco d’Arezzo, ma sembrerebbe che i maestri siano stati più d’uno come pare evincersi dalla pluralità di stili. Così almeno sostengono vari studiosi che riconducono il lavoro nella cornice della pittura napoletana del quattrocento con un’origine più remota in quella d’ambiente toscano. Tra le varie voci non manca quella di Roberto Longhi che in un suo saggio accennò alla possibile presenza in Galatina anche di un maestro siciliano.
Gli affreschi non esauriscono però il patrimonio di questa sorprendente chiesa, la quale vanta pure una ricca collezione di arredi sacri in legno tra i quali il grande Tabernacolo di fra’ Giuseppe da Soleto,
di eccellente fattura, con soggetti ispirati al Giardino dell’Eden. Pregevolissima opera d’intaglio è anche l’armadio-reliquiario collocato in sagrestia, attribuito allo stesso frate caposcuola degli intagliatori riformati del Seicento. Da visitare anche il cenotafio di Maria d’Enghien, poi trasformato in altare dedicato a S. Francesco. Molti sono gli oggetti d’arte destinati alla conservazione delle reliquie e costituenti il Tesoro della Basilica. Di esso fanno parte, tra l’altro, il calice e il reliquiario d’argento dorato della mammella di S. Agata, patrona di Catania; quello del dito di S. Caterina e infine un piccolissimo mosaico portatile, di arte bizantina, della fine del XII secolo, con la figura del Redentore, realizzato con tessere di circa 1 millimetro. Un patrimonio che, fra affreschi e oggetti d’arte, vale da solo un viaggio a Galatina, punto di partenza magari per una visita più accurata in una delle terre più affascinanti d’Italia per ricchezza ambientale, artistica e gastronomica.
[Un contributo di Enzo Garofalo]
Commenti
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Straordinario PAESE, magnifica STRUTTURA - ARCHITETTURA, eccezionale PATRIMONIO
ARTISTICO - CULTURALE, ottimo ARTICOLO.
E' necessario VALORIZZARE i nostri TESORI....BRAVI !
Augusto De Luca
Un bel saggio su un monumento famoso, ma mai abbastanza studiato. La ricca disamina storico-estetica invoglia il lettore a recarsi in loco perché dal testo emergono elementi di riflessione che impongono assolutamente una visione diretta di questo autentico capolavoro. Ancora una volta le bellezze più o meno note dell'arte e della cultura italiane si impongono, in questo caso per il tramite di una rivista come Terre Mobili, brillantemente impegnata nella valorizzazione dei nostri tesori.
Colpito dall'editoriale ,faccio la seguente riflessione:
prima di andare all’estero si dovrebbe conoscere bene casa propria, e mi sono chiesto:chissà perché gli Italiani siamo affetti da quella strana malattia che si chiama esterofilia.Vi invito a segnalare luoghi con tali caratteristiche:”belli ma poco conosciuti “,anche di altre regioni d’Italia, magari della Sardegna o del Sud Italia che spesso risulta sconosciuto ai più. Saluti
I much prefer informative atcrlies like this to that high brow literature.