Deserto, kibbutz, confini. Festival della letteratura di viaggio 2010
Proseguiamo il nostro racconto dalla terza edizione del Festival della Letteratura di Viaggio di Roma, che abbiamo seguito tra Palazzo delle Esposizioni e i giardini di Villa Celimontana tra il 30 settembre al 3 ottobre 2010.
Alcuni frammenti dalle "videointerviste sulla letteratura che racconta il mondo" realizzate per il Festival e proiettate a Villa Celimontana:
Amos Oz, intervistato al Festival della Letteratura di Mantova, racconta il deserto come l'unico luogo capace di ridimensionare la sua visione delle cose, ristabilendo una scala di priorità capace di influenzare la giornata, ma anche la vita stessa. E narra il kibbutz come peculiare esperienza sociale.
"Ogni mattino inizio la mia giornata camminando nel deserto per mezz'ora o 45 minuti e inspiro, introietto il silenzio del deserto, così diverso dal silenzio di qualunque altro posto al mondo,
è un silenzio completo e totale. Il deserto esprime umiltà".
Ho vissuto nel kibbutz Hulda per oltre 40 anni, tra gli anni più belli della mia vita. Sono stato costretto a lasciarlo quando a mio figlio è stata diagnosticata una grave forma di asma e i medici gli hanno prescritto l'aria della montagna e del deserto.
Sono ancora convinto che il kibbutz sia una delle esperienze sociali più affascinanti della storia. Perchè non è istituzionale, non è centralizzato, non è sotto il controllo del governo: è completamente volontario. Può non essere ideale, non sarà il paradiso in terra; ma opera come una famiglia estesa, nel bene e nel male.
Oggi il kibbutz è cambiato, in parte è stato privatizzato. Dipende anche dal contesto: alle origini del kibbutz le condizioni di tutti erano disastrose, e essendo tutti poverissimi, la collettività funzionava al 100%. Oggi qualcuno può permettersi di avere un po' di privacy, di avere qualcosa di proprio. Credo sia un'evoluzione naturale, e forse non è poi così negativa.
Claudio Magris racconta il senso della capacità e della necessità di varcare il confine - spirituale, culturale, letterario, prima che fisico, geografico o politico - senza però cadere nella facile retorica dell'accoglienza.
Da ragazzino - io sono nato nel '39 - subito dopo la guerra, quindi intorno tra il '46 e il '48, andando sul Carso vedevo il confine, un confine vicinissimo, perchè Trieste è una piccola città, più vicino a casa mia del centro, più di quanto sia un quartiere di Roma accanto a un altro quartiere. Eppure non un confine qualsiasi: era la cortina di ferro, quindi invalicabile almeno fino al '48, fino alla rottura tra Tito e Stalin e alla normalizzazione dei rapporti tra Italia e Jugoslavia.
Dietro questo confine c'era un mondo. Da un lato era inquietante, oscuro, un mondo in cui non si poteva entrare. L'ignoto per eccellenza. Dall'altro era un mondo a me familiare, che aveva fatto parte dell'Italia fino alla guerra.
Avevo solo 8 anni all'epoca, ma in qualche modo sentivo che per crescere avrei dovuto
valicare quel confine. Non tanto fisicamente, quanto spiritualmente, per fare mio quel mondo che in parte era mio ma in parte era anche altro, era diverso, in certi momenti perfino ostile.
Un mondo verso cui ci si sentiva colpevoli, e che a sua volta si sentiva colpevole nei nostri confronti... Mi ha sempre segnato questo senso della capacità, della necessità di varcare i confini.
Ogni confine, non solo politico, non solo materiale, non solo geografico, ma anche spirituale, culturale, letterario.

